Ma Bersani conosce Hollande?
A giudicare dalla prima pagina dell’Unità di ieri (“Il manifesto di Parigi. Intesa tra i progressisti europei: il 17 marzo Hollande, Bersani e Gabriel firmeranno un programma comune”) da oggi in poi il segretario del Pd incontrerà qualche lieve difficoltà in più a sostenere la tesi esposta due settimane fa in un’accalorata lettera inviata al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Scalfari, dopo aver letto sul Foglio la notizia di un’imminente trasformazione del Pd sul modello Pse, aveva chiesto spiegazioni a Bersani.
10 AGO 20

A giudicare dalla prima pagina dell’Unità di ieri (“Il manifesto di Parigi. Intesa tra i progressisti europei: il 17 marzo Hollande, Bersani e Gabriel firmeranno un programma comune”) da oggi in poi il segretario del Pd incontrerà qualche lieve difficoltà in più a sostenere la tesi esposta due settimane fa in un’accalorata lettera inviata al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Scalfari, dopo aver letto sul Foglio la notizia di un’imminente trasformazione del Pd sul modello Pse, aveva chiesto spiegazioni a Bersani.
E Bersani, con tono solenne, aveva risposto che il Pd non aveva bisogno di riscrivere il suo Dna e che il rischio per il Pd di diventare un nuovo partito socialdemocratico era semplicemente da escludere. Oggi però succede che la firma che Bersani si appresta a mettere in calce al “manifesto di Parigi” non avrà solo l’effetto di agganciare il Pd al treno europeo dei socialisti ma anche di accelerare lo spostamento del partito sul suo lato sinistro. “Il segretario si sta vendolizzando”, dicono alcuni centristi democratici contrariati per la “deriva sinistra” del Pd.
Un’esagerazione, certo, ma, a guardar bene, se a promuovere il manifesto fosse un esponente di sinistra che non appoggia un governo come quello guidato da Monti non ci sarebbe stato nulla di male a vedere il Pd andare a braccetto con alcuni leader non esattamente riformisti come Hollande che considerano “la finanza l’avversario della sinistra” e che promettono in caso di elezioni di ritirare i propri soldati da tutti i fronti di guerra (Afghanistan in primis). E così il Bersani che stringe un patto con la nuova socialdemocrazia europea non solo fa registrare un passo indietro nell’evoluzione del Pd ma rischia anche di spingere il partito più tra le braccia del modello Fiom che tra quelle del riformismo modello Monti. Era davvero questo il senso del Pd? Già, risposta esatta.
E Bersani, con tono solenne, aveva risposto che il Pd non aveva bisogno di riscrivere il suo Dna e che il rischio per il Pd di diventare un nuovo partito socialdemocratico era semplicemente da escludere. Oggi però succede che la firma che Bersani si appresta a mettere in calce al “manifesto di Parigi” non avrà solo l’effetto di agganciare il Pd al treno europeo dei socialisti ma anche di accelerare lo spostamento del partito sul suo lato sinistro. “Il segretario si sta vendolizzando”, dicono alcuni centristi democratici contrariati per la “deriva sinistra” del Pd.
Un’esagerazione, certo, ma, a guardar bene, se a promuovere il manifesto fosse un esponente di sinistra che non appoggia un governo come quello guidato da Monti non ci sarebbe stato nulla di male a vedere il Pd andare a braccetto con alcuni leader non esattamente riformisti come Hollande che considerano “la finanza l’avversario della sinistra” e che promettono in caso di elezioni di ritirare i propri soldati da tutti i fronti di guerra (Afghanistan in primis). E così il Bersani che stringe un patto con la nuova socialdemocrazia europea non solo fa registrare un passo indietro nell’evoluzione del Pd ma rischia anche di spingere il partito più tra le braccia del modello Fiom che tra quelle del riformismo modello Monti. Era davvero questo il senso del Pd? Già, risposta esatta.